Smarrito

Sembrava un giorno qualunque del suo lungo viaggio.

B. si svegliò il 4 Febbraio 2014 in una bella camera affacciata sui vigneti di Hawke’s Bay. Il padrone di casa era già andato al lavoro e B. era solo. Fece venti minuti di meditazione. Aveva iniziato quella pratica con uno Yogi che lo aveva ospitato quando si trovava alle Hawaii ma senza la sua guida le meditazioni erano molto più brevi e meno profonde. Come ogni mattina, da quando aveva iniziato il suo viaggio a New York, si preparò un muesli per colazione. Mentre mangiava rilesse sulla guida le istruzioni riguardo al sentiero che intendeva percorrere. La sera precedente aveva parlato di quella passeggiata con il suo padrone di casa, un insegnante che si era reso disponibile ad ospitarlo per qualche giorno rispondendo al suo annuncio su Couchsurfing.  Era una facile passeggiata verso la cima di una collina con una bella vista sulla Omahald Valley.

Il viaggio in auto fu abbastanza breve. Passò da Hastings ad acquistare panini ed una bottiglia d’acqua, poi si diresse nell’entroterra. La strada era poco frequentata: una difficoltà per lui. Senza vedere altre macchine rischiava di dimenticare la guida a sinistra con cui si scontrava da quando era in Nuova Zelanda.

B. parcheggiò l’auto sul bordo della strada in prossimità del sentiero trovato con qualche difficoltà. Il “bush” era molto più fitto di quanto si aspettasse, tuttavia il sentiero era ben visibile ed iniziò a percorrerlo. Il calore della giornata luminosa aveva già asciugato il terreno fino a ieri inzuppato dalle dalle piogge. I raggi del sole illuminavano il bosco e conferivano intensità ai variegati colori delle piante e degli arbusti che affollavano il percorso entro cui si faceva strada. La passeggiata fu piacevole. Al termine del percorso le piante lasciarono spazio ad un terreno roccioso che saliva lentamente verso una sella affacciata sull’altra valle.

B raggiunse la cima quando il sole era allo zenith. Respirò a lungo l’aria fresca. Godette della vista della valle. Aprì lo zaino con i panini. Mentre mangiava immerso nel panorama pensò a quelli che aveva visto nel suo viaggio. Ricordò una foresta dell’Oregon. Là gli alberi sono altissimi ed il sottobosco spazioso, qui gli arbusti soffocano le piante di alto fusto e ne ostacolano la crescita. Le due foreste, in differenti emisferi, si trovano quasi alla stessa latitudine, sono entrambe vicine all’oceano Pacifico eppure sono così diverse.

B. si fermò per poco tempo, voleva essere a casa già nel pomeriggio. Discese lungo una roccia che si infilava nel bosco, ma prima di entrarvi si sedette e guardò il cielo, la roccia, le piante. Ascoltò il rumore del vento che si era appena levato. Era felice di avere raggiunto gli antipodi -quasi- di casa sua e di lasciare tracce della sua presenza in un luogo così remoto. Inconsapevolmente fece gesti e provò emozioni che in qualche modo interagirono nel bosco. Riprese il cammino pensando di seguire il percorso dell’andata ma dopo dieci minuti si accorse che il sentiero era sparito. Ritornò indietro cercando quello giusto. Gli parve di averlo trovato, lo percorse ma dopo cinque minuti anche questo era sparito. Tornò ancora indietro.

Fece molti tentativi finché comprese di essersi perso. Guardò l’orologio, erano le due del pomeriggio. Guardò il cellulare ma non c’era copertura di campo in quell’area. Consultò l’ipad che aveva portato con se per fare fotografie. A casa aveva studiato il percorso sulla mappa satellitare di Google e per fortuna ne aveva fatto uno screenshot. Guardandola capì dove si trovava, aveva incontrato un ruscello e bastava seguirlo per raggiungere la strada in cui aveva lasciato l’auto. Aveva con se una bussola e aveva osservato la posizione del sole durante il viaggio di andata. Aveva sufficienti elementi per muoversi nella direzione giusta e più di cinque ore di luce a disposizione.

Non si sentì più perso.

Decise di rinunciare alla ricerca del sentiero per muoversi in direzione della strada attraversando il “bush”. Non sapeva che il mite inverno tipico di quella zona consente alle piante, altrove stagionali, di diventare arbusti perenni. Un intreccio di rami infittiva il sottobosco rendendone difficile l’attraversamento senza adeguate protezioni delle gambe. Avanzava lentamente nella direzione della strada ma la resistenza del bush gli procurava graffi alle mani, al volto e ferite alle gambe.

Alle cinque del pomeriggio dopo un faticoso cammino, che aveva imposto lunghi periodi di riposo, raggiunse la cima di una collina da cui aveva visto la strada. Rincuorato si mise in cammino ma in quel tratto il bush era particolarmente fitto e B. era costretto ad ampi diversivi per aggirare i punti più impenetrabili.

Dopo due ore era ancora nel bosco e non aveva idea quanto fosse distante la strada. Era stremato e dolorante per le ferite alle gambe e alle mani. Comprese che avrebbe dovuto passare la notte nel bosco e non era affatto preparato. Quando era uscito di casa pensava di fare una breve passeggiata nelle ore più calde del giorno. Indossava una camicia ed un paio di  jeans. Aveva con se, nello zainetto, una bottiglia di acqua ormai semivuota, l’iPad senza connessioni, un piccola pila caricabile manualmente ed una bussola. Null’altro. Era estate, ma la notte sarebbe stata fredda e ventosa.

Si ricordò di un episodio del film Derzu Uzala e iniziò a raccogliere foglie per proteggersi dal freddo. Lavorò per quasi un’ora a raccogliere foglie facendone un gran mucchio sotto un pino i cui aghi furono la base del suo giaciglio. Vi si coricò e si coprì con le foglie.

Non era ancora buio, si guardò intorno e vide, poco lontano, un uccellino che lo stava guardando poi, stremato, si appisolò.

Il vento lo risvegliò poco dopo, molte foglie erano state portate via e sentiva freddo. Si levò, raccolse le foglie, si ricoprì disponendo rami per proteggere dal vento la sua coperta vegetale e si distese nuovamente. Aveva dormito per poco più di un’ora e, rinfrancata dal riposo, la sua mente aveva ripreso lucidità.

Era iniziata la sua lunga notte insonne nel bosco.

Dapprima fu preso da una grande rabbia verso se stesso. I suoi pensieri attraversavano la foresta come se fossero  gridati. Come ho fatto a cacciarmi in un simile guaio?! Come ho potuto compiere una simile leggerezza? Nel percorso di andata avrei dovuto accorgermi che il sentiero non era sempre ben tracciato e marcarne i punti incerti oppure tornare indietro. Questi rimproveri lo scuotevano come se fossero stati pronunciati da suo padre. Si agitò muovendo le foglie ed esponendosi così al vento. Si levò, raccolse le foglie sistemando nuovamente la sua protezione. Doveva stare fermo per non scoprirsi.

Supino, nel giaciglio, guardava i rami del pino sopra di lui che coprivano gran parte del cielo alla sua vista. Gli alti arbusti intorno chiudevano l’orizzonte. Tuttavia piccole porzioni di cielo erano visibili là dove terminavano i rami più bassi del pino. Era un cielo molto nuvoloso e senza stelle ma non era ancora piena notte, dalle nubi trapelava un tenue chiarore e gli occhi di B. ormai adattatisi al buio iniziavano a riconoscere differenti cromatismi nelle foglie e negli aghi del pino mossi dal vento. Per mantenersi calmo pensò al suo lungo viaggio. Rivide le cinque settimane trascorse a New York e la settimana a Washington DC. Ricordò il soggiorno nel South Caroline con gli amici insegnanti e la visita delle loro scuole. Ripassò le città che aveva attraversato nel lungo viaggio verso l’Oregon: St.Louis, Louisville, Kansas City, Cheyenne, Salt Lake City, Boise, Bend. Rivide nel buio del bosco il pranzo di thanksgiving con gli amici dell’Oregon. Il soggiorno di tre settimane alle Hawaii. Il Natale e Capodanno trascorso a Kiritimati. La settimana alle isole Fiji, le tre settimane in Australia. Era in Nuova Zelanda da una settimana. Il suo viaggio durava da più di quattro mesi, piacevolmente, senza particolari difficoltà ed ora invece? Il suo pensiero attraversò ancora la foresta Come ho fatto a cacciarmi in un simile guaio?! Come ho potuto compiere una simile leggerezza?  Si agitò nuovamente, le foglie si mossero esponendo il suo corpo al vento. Si rialzò, ricompose il suo letto e si sdraiò nuovamente guardando la porzione di cielo e il bosco sopra di lui. I suoi occhi abituati al buio riconoscevano ora infinite varietà di grigio nelle foglie mosse dal vento. Per mantenersi calmo non doveva più pensare alla sua avventura.

miliardi di miliardi di stelle nell’universo, miliardi di miliardi di atomi nel corpo

Il mantra elaborato personalmente nelle meditazioni hawaiane gli apparve nella mente e ripetendolo B. si tranquillizzò.

miliardi di miliardi di atomi nel corpo, miliardi di miliardi di stelle nell’universo

Poi, abbandonato il mantra, il suo pensiero vagò nella storia dell’universo. L’inflazione di particelle elementari avvenuta tredici miliardi di anni fa un istante dopo il Big Bang. Gli atomi idrogeno e di elio formatisi dopo 300.000 anni, la comparsa delle prime stelle di elio ed azoto dopo un miliardo di anni. Le stelle aggregate in galassie, l’esplosione delle supernovae, la formazione per nucleosintesi degli atomi più complessi, l’aggregazione degli atomi in nubi cosmiche con la formazione di nuove stelle e di pianeti. La formazione della Terra, quattro miliardi di anni fa. Il movimento delle placche tettoniche….le prime forme di vita … le foreste…..i dinosauri…l’impatto del meteorite….lo sviluppo dei mammiferi…la comparsa dell’uomo in Africa, la migrazione dell’uomo fino all’Australia e alla Nuova Zelanda ventimila (60.000?) anni fa. La formazione di comunità agricole e di aggregazioni urbane solo cinquemila anni fa. L’invenzione di un’efficiente macchina a vapore nel 1765, la rivoluzione industriale, l’antropizzazione di gran parte della Terra. Lo sviluppo, adesso, di una rete unitaria di comunicazioni e trasporti che aveva consentito a B. il suo lungo viaggio fino al bosco in cui stava pernottando.

La meditazione sulla storia dell’universo portò B. a sorridere della sua situazione. Vivere in simbiosi con le foreste era stata, fino a poco tempo prima, l’esperienza quotidiana della sua specie.

B. aprì gli occhi, guardò la pozione del cielo a lui visibile. Era ormai notte. Le nuvole erano nere ma le foglie del bosco mosse dal vento restituivano infinite varietà di grigi che B. contemplò a lungo. Era una danza di sfumature guidate dal vento a volte morbida e leggera, altre brusca e irruente. Al suo sguardo la danza prese via via colore e significato: la sua presenza era in qualche modo percepita dal bosco, da tutto il bosco, con sensi diversi dai suoi.

Sentì di essere circondato da forme di vita tutt’altro che inerti, anzi, in qualche modo attente alla sua presenza.

Questa percezione lo turbò profondamente, chiuse gli occhi e fece appello alla sua razionalità per resistere ad uno stato d’animo che la sua formazione scientifica etichettava come “animismo”.

Il suo pensiero tornò alla storia della terra e al bosco in cui lui si trovava: un sistema biologico comparso quattrocento milioni di anni fa ospitava un uomo la cui specie era comparsa solo da duecento mila anni. Gli enormi successi maturati dagli specie umana nella conoscenza e nello sfruttamento delle risorse della terra aveva indotto molti di loro a considerare le foreste oggetti inerti anche se vi erano vissuti in simbiosi per centinaia di migliaia di anni.

I sistemi forestali hanno sviluppato, nelle radici e nei rami, reti di relazioni chimiche che hanno consentito adattamenti evolutivi per centinaia di milioni di anni. Nei duecentomila anni di vita con le foreste la specie umana aveva imparato a leggere e interpretare, per la propria sopravvivenza, qualche segno dell’esperienza biologica ed evolutiva delle foreste. B. in quella notte stava vivendo il privilegio di recuperare frammenti di una perduta percezione.

Con questa nuova consapevolezza riaprì gli occhi. Le nubi erano più chiare, con l’aurora il movimento delle foglie sfumava su una tavolozza di grigi sempre più luminosa. Per un attimo, gli aghi del pino sopra di lui furono di un bianco argentato. Tutto il bosco assunse variegate gradazioni di verde.

B. si assopì sentendosi protetto. Voci lontane lo risvegliarono. Una squadra di volontari lo stava già cercando. Il suo padrone di casa, non vedendolo rientrare, aveva avvisato la più vicina stazione di polizia da cui i volontari del servizio di emergenza avevano iniziato a cercarlo ancor prima dell’alba.

B. gridò per attirare l’attenzione della squadra che in poco tempo lo raggiunse, lo rifocillo, lo vestì con una giacca termica e lo guidò fuori dal bosco camminando con passo sicuro, in fila indiana, fino alla locale stazione di polizia. B., stordito ma sollevato ringraziò i soccorritori scusandosi con loro per la sua leggerezza. Telefonò al suo padrone di casa, e concordò con lui una cena per festeggiare con gli amici lo scampato pericolo. Poi salì sulla sua auto per rientrare a casa.

Il ricordo di quel bosco è ancora negli occhi di A.

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