NY(1)

Comodamente sdraiato sui sedili posteriori della Nissan Almera noleggiata a Newport, E si chiedeva se era la stessa persona che aveva lasciato, da meno di due mesi, il sistema scolastico italiano. Vi aveva trascorso sessant’anni: scolaro, studente, insegnante, infine dirigente scolastico.  Ora stava tornando a New York dalle cascate del Niagara con la giovane coppia con cui aveva condiviso l’escursione e il mondo in cui aveva trascorso la vita gli appariva lontano. In fondo, pensò, tutti i sistemi educativi sono luoghi di studi protetti che consentono  “di passare attraverso varie civiltà, scienze, lingue, arti, epoche”. Da che era a NY quel brano del “Gioco delle perle di vetro”, che tanto peso aveva avuto nella scelta di diventare insegnante, gli rigirava per la testa. Hermann Hesse aveva creato un luogo immaginario abitato da un’élite di studenti, insegnanti e studiosi del “Gioco delle perle”. In quel libro, scritto durante la temperie della seconda guerra mondiale, Hesse aveva immaginato un luogo in cui le culture dei popoli, invece di combattersi per conquistare primati tanto sanguinosi quanto temporanei, si intrecciano in un dialogo che costruisce nuovi significati.   Quel luogo, la Castalia,   appariva ora ad E come una metafora dei sistemi educativi: luoghi protetti che offrono, a chi le vuole cogliere,  straordinarie opportunità di crescita personale. E pensò di essere nella stessa condizione del protagonista del romanzo di Hesse. Questi, ormai maturo “giocatore di perle”,  aveva abbandonato la Castalia per ritornare alla vita civile. Mentre si avvolgeva in questi pensieri  Janusz, il giovane polacco alla guida della Nissan, frenò improvvisamente ed E, trascinato bruscamente contro i sedili anteriori, comprese che quel paragone, forse, non era proprio di buon auspicio. Infatti il protagonista del romanzo muore subito dopo il suo sofferto abbandono, mentre E era ben deciso a continuare il viaggio  che aveva iniziato a NY  alla ricerca di segni che lo indirizzassero nella nuova fase della sua vita. Ripresa la sua comoda posizione sui sedili dell’auto, i pensieri di  E migrarono sul MET di Fifth avenue, che aveva visitato qualche giorno prima. “The Metropolitan Museum of Art collects, studies, conserves, and presents significant works of art across all times and cultures in order to connect people to creativity, knowledge, and ideas”.  E fu folgorato dall’idea che lì si fosse incardinata l’utopia di Hesse. Pensò che il MET fosse un  villaggio della Castalia.  Se a NY si ribolle caoticamente coinvolti in ogni forma di vita umana,  nei suoi musei si è in Castalia.  Al MET le manifestazioni di creatività dei popoli, delle tribù del pianeta prevalgono sull’aggressività che spesso le ha generate.

Siamo quasi arrivati. La voce sottile di Wislawa, la compagna di Janutz, richiamò nuovamente E dai suoi pensieri. Aveva conosciuto la giovane coppia attraverso Couchsurfing per condividere i costi di quell’escursione.  Aveva trascorso tre giorni piacevoli con loro. La  minuta figura di Wislawa pareva quasi scomparire di fronte a quella massiccia  di Janutz, eppure lo sguardo tanto angelico quanto determinato di lei emergeva con forza. La visita delle cascate era stata accompagnata dall’esplorazione di altri luoghi scavati dall’acqua: Ithaca Falls, Taughannock Falls, le gole di Watkins Glen Park. La storia geologica e botanica del territorio, compariva qua e là nei profondi sentieri che accompagnano i corsi d’acqua. Alle cascate del Niagara, Wislawa  si era spinta nella terrazza più esposta, quasi sotto la cateratta. Il suo minuto corpicino, di fronte a quell’immensa massa di acqua che quasi la travolgeva, fece riflettere E sulla condizione umana e sulla sua fragilità, ma anche sulla forza che l’uomo aveva espresso nei confronti della natura, arrivando a consolidare i bordi sotto la cascata per limitarne l’erosione.  Per un attimo, immaginò che la sua sensazione di fragilità  fosse stata condivisa da tutti gli umani che avevano attraversato in quei luoghi e la sua percezione del tempo cambiò. Vide gli Ongiara, la tribù Irokese che ha lasciato il suo nome sulle cascate,  e poi sempre più indietro fino all’ultima glaciazione. Chissà se l’uomo sapiens era già lì allora si stava chiedendo E quando Wislawa  ripeté  Siamo quasi arrivati. Teneva appoggiata sulle gambe una zucca acquistata in una  fattoria lungo la strada del ritorno. E’ stato un bel viaggio, potremmo rivederci ancora alla Halloween Parade sulla sixth avenue, ma dovresti venirci mascherarato. Mancava una settimana al 31 Ottobre, E avrebbe avuto modo di pensarci.

Era a NY da quattro settimane, Aveva scoperto la città girovagando come un turista in compagnia di sua figlia e sua moglie per poco più di una settimana. Avevano passeggiato a lungo per Central Park, goduto della varietà per loro inconsueta di spettacoli offerti da Grande Mela e assaggiato il famoso pastrami. Poi era rimasto solo. Loro erano tornate in Italia e lui aveva affittato una camera nell’estremo nord dell’isola di Manhattan, a Inwood, un quartiere che stava diventando di tendenza. Abitava su Broadway, questo gli dava una certa emozione anche se era all’altezza della 200 strada a più di dieci chilometri dai teatri. Condivideva l’appartamento con una famiglia latino americana: nonna, figlia, nipote. L’arredo mescolava con gusto mobili moderni di buona qualità con altri più antichi ed esprimeva complessivamente una certa solidità economica. E si chiedeva se la famiglia condividesse con estranei l’appartamento in cui vivevano a causa di sopravvenute necessità economiche.  Forse i mille dollari che pagava per una camera con uso di bagno e cucina servivano per far studiare il nipote. E rimpianse di non saper parlare spagnolo, avrebbe desiderato conoscere meglio nonna Carmen, aveva l’età di sua madre, se fosse stata ancora in vita. Immaginò il disagio che sua madre avrebbe avuto nel vedere un estraneo rovistare nella sua cucina e optò per l’eating out, una pratica tipicamente Newyorchese.

Non era stato facile trovare quella camera, il prezzo era contenuto –per Manhattan- a causa della lontananza dal centro, ma la stazione della metropolitana era molto vicina.  Appena preso possesso della camera aveva passeggiato soddisfatto in un bel parco vicino a casa, arrivando sulla cima di una collina da cui vedeva il fiume Hudson. Lì percepì una delle  molte dissonanze cognitive a cui NY sottopone chi la visita. Gli apparve, tra le foglie del parco nei colori di uno splendido autunno un’imponente torre in stile romanico. La costruzione sembrò ad E così autentica che quasi dubitò di essere a NY. Si avvicinò con cautela, come se fosse in una situazione fuori dalla realtà. Percorrendo un sentiero acciottolato come ne aveva visti molti nei borghi italiani, gli apparve un edificio medioevale con eleganti trifore in stile gotico. Per un attivo pensò veramente di essere tornato in Italia. Per fortuna i cartelli sulle porte di ingresso lo riportarono in una condizione di confortante razionalità. Nelle immediate vicinanze di Inwood si trova the Cloister, un museo del MET dedicato all’arte, all’architettura e ai giardini dell’Europa medioevale. Lo stravagante edificio era stato costruito negli anni ’30 portando dall’Europa le pietre di monasteri francesi e spagnoli. E fu colpito dalla rivisitazione della cultura medioevale che emergeva dall’edificio e dalle opere esposte. Per un attimo, passeggiando in uno dei chiostri, costruito con i resti di monasteri cistercensi francesi, gli sembrò si essere in quello della Basilica di Sant’andrea nella sua Vercelli.  Era di fronte ad una delle più controverse operazioni della storia museale: l’asportazione di intere strutture architettoniche per costruire un mosaico artificiale di edifici medioevali europei che, nel loro contesto, sarebbero stati espressione di culture e storie differenti. Come molti europei, che pure nei loro musei avevano fatto operazioni analoghe – le metope del  Partenone nel British Museum Londra, il museo di Pergamo a Berlino-, aveva considerato con sufficienza l’approccio americano. Riteneva che quel paradigma di musealizzazione fosse la mera manifestazione dell’egemonia della cultura che colleziona su quelle collezionate. La stessa cultura egemonica che ora musealizzava i Nativi Americani, ma aveva cancellato da Manhattan ogni segno dei Lenape, che abitarono l’isola per secoli e, nel 1626, la “vendettero” ai coloni Olandesi.  Ma nelle settimane successive E si era gradualmente  distaccato  da quell’opinione. Nelle prolungate visite ai musei di NY, si era  persuaso che le opere d’arte provenienti da tutto il mondo, raccolte con i mezzi dell’impero economico USA, rivivono in dialogo tra loro proprio in quanto separate dalla cultura e dai luoghi che le avevano generate. Gli parve che quelle operazioni di egemonia culturale facessero emergere una nuova spirale di complessità nella storia della cultura umana, in cui le espressioni  di arti locali, di culture spesso in guerra tra loro, si intrecciano nel tentativo di costruire una variegata, meticcia e composita cultura mondiale.

Inwood si rivelò un quartiere interessante. Sotto casa sua c’erano molti servizi aperti 24 ore: il supermercato Fine Fare, una lavanderia, più ristoranti  a prezzi differenti.  Come molti quartieri periferici Inwood è animato fino a tarda notte dai diversi lavoratori che ritornano dal centro di NY, prima gli impiegati, poi gli addetti alle pulizie negli uffici, e, infine, quelli che lavorano nell’intrattenimento e nella ristorazione. E iniziò a vivere il quartiere trovando una nuova quotidianità lontano da casa, un modo di vita diverso da quello del turista. Al 250 di Dickman St, a 200 metri dalla sua residenza, trovò il Tread Bike Shop dove era possibile affittare una bicicletta per 40 euro al giorno, un prezzo conveniente per Manhattan. L’Hudson River Greenway è una pista ciclabile immersa nel verde di un parco che percorre tutta l’isola di Manhattan costeggiando il fiume. Si può entrare da Dickman st. ed arrivare all’estremo sud dell’isola, Battery Park, con un percorso di più di 20 chilometri.  Iniziò così l’eplorazione dei quartieri limitrofi a Inwood: Hudson Heights, Washington Heights, Sugar Hill, Harlem, ma anche del Bronx. Girando in bicicletta, E ebbe subito l’impressione che anche quella parte della città,  fosse sicura. In tutto il suo soggiorno non incontrò episodi di violenza, anzi, fu sorpreso dalla sicurezza con cui molte donne si muovono, anche da sole e a tarda notte. In effetti NY era diventata progressivamente più sicura negli ultimi trenta anni, il dispiegamento delle forze dell’ordine era stato massiccio e la presenza dei poliziotti era ancora impressionante. Questo processo aveva accompagnato la gentrificatione delle zone malfamate e a buon mercato trasformandole in zone piene di locali e di vita sociale. NY era in bancarotta e ha risanato i suoi bilanci grazie  ai 50 milioni di turisti che ora la visitano ogni anno. Il prezzo è stato la progressiva espulsione della parte più povera e più debole della popolazione. Come dice Woody Allen in uno dei film che hanno promosso la città in tutto il mondo “non si può vivere a NY se non si hanno alti redditi.”

Con la bicicletta, E non si allontanò mai dalla sua residenza per più di 10 chilometri, non era un ciclista allenato, inoltre, fuori dalle piste ciclabili, NY è troppo grande e trafficata, il rischio di “dooring” -sbattere contro una portiera di auto aperta improvvisamente- è molto alto. La metropolitana è più conveniente e pratica. Alternò qualche giornata in bicicletta al più frequente utilizzo  della linea A che in meno di trenta minuti lo portava  Midtown alla scoperta dei musei, degli eventi, delle infinite opportunità offerte da NY ad un viaggiatore che la frequenti con calma senza l’ansia di vedere tutto il possibile.  Anche l’ultima settimana di soggiorno a NY era trascorsa in questa maniera, ed E stava già preparando il suo trasferimento a Washington DC, ma prima di lasciare la città doveva trovare una maschera per incontrare sui amici polacchi alla Halloween Parade. Gli abitanti di NY spendono molto per mascherarsi. Vastissimi magazzini offrono costumi per ogni portafoglio ed alcuni sono opere d’arte. La città è in preda ad una vera e propria febbre del travestimento: neanche i cani sono esclusi e vengono mascherati anche loro. In piazza Hopkins Square, nel bel quartiere di East Village si svolge, da più di venti anni, una delle più discutibili manifestazioni del rapporto tra homo sapiens e canis lupus familiaris: la Hallowen Dog Parade. Lì la creatività della prima specie veste la seconda con una incredibile varietà di costumi generalmente riferita a cartoni animati o personaggi dello spettacolo. Molti cani subiscono anche con insofferenza il mascheramento mentre altri sfilano condividendo la soddisfazione del padrone.

Per non farsi travolgere dalla frenesia degli acquisti che precede la giornata di Hallowen, E decise che il budget per mascherarsi non avrebbe superato i 15 dollari. Una miseria per NY. Da tempo pensava che gli italiani fossero considerati dagli stranieri, in particolare dagli anglosassoni, persone cordiali, simpatiche, fantasiose ma anche scaltre, ambigue, inaffidabili.  Arlecchino sarebbe stata la maschera ideale, la cercò attivamente visitando immensi magazzini con ogni sorta di costume, trovò parecchi costumi di Arlecchino, alcuni bellissimi, ma tutti erano completamente fuori dal suo budget. Come sempre, limitati budget stimolano la creatività: acquistò una semplice maschera nera che copriva solo gli occhi, tinse la parte destra con uno spray bianco, poi spalmò con una crema nera il lato destro del suo volto  e con una bianca quello sinistro. Aveva in mente il Tao ma  allo specchio il suo volto ricordava una scacchiera, fu comunque soddisfatto del risultato: trasmetteva allegria ma anche una certa inquietudine. Nonostante fosse l’ultima sera di ottobre faceva ancora caldo, indossò una maglia nera con pantaloni chiari ed uscì dalla sua stanza, era interamente bianco e nero. Salutò nonna Carmen che non fu molto stupita di vederlo mascherato. Prese l’ascensore: lì uno scheletro e un volto a scacchiera si salutarono.

Nella stazione di Dickmann street c’era molta più gente del solito, tutte le carrozze erano affollate, molte persone mascherate. Dopo più di mezz’ora di viaggio quasi tutti scesero alla stazione di Washington Square, E preferì quella dopo, Spring Street, proprio dove iniziava la New York’s Village Halloween Parade. Erano le sette e mezza e la parade era già iniziata. Risalì la sixth Avenue facendosi strada in mezzo alla folla. Solo allora si rese conto della natura manifestazione. Decine e decine di migliaia di persone, spesso in gruppo, sfilavano mascherate – scheletri, demoni, mostri,  costumi di ogni genere-  danzavano divertite lungo la via. Milioni di persone ai lati partecipavano applaudendo i gruppi migliori, salutando gli amici, danzando con loro. Il clima era di serena gioiosità multietnica. Il divieto d’uso di alcool e droghe era rigorosamente rispettato anche perché, dopo la parade, la festa sarebbe continuata in locali pubblici e privati.

Nella confusione E non trovò i giovani polacchi con i quali aveva appuntamento, si fermò all’altezza della terza strada e vi restò per ore stordito da quelle ondate di maschere e dalla folla. Quella manifestazione era iniziata in sordina nel 1973 ed ora attirava centinaia di migliaia di persone.  E si chiese cosa avesse di così profondo quella danzante camminata in maschera per innescare un processo così esplosivo di partecipazione. Vi era una forte presenza di gruppi coreografici ma la dimensione individuale prevaleva. Quel fiume di folla evocava un che di primitivo, ancestrale, ma anche di consapevole. Ad E parve un’espressione spontanea del bisogno di vivere un’esperienza collettiva profonda che richiamava i più antichi riti di appartenenza delle tribù e dei popoli, come li immaginava ai tempi in cui l’homo sapiens si è diversificato in gruppi spesso in guerra tra di loro, ed ha conquistato la Terra. Centomila anni dopo gli eredi di quegli uomini erano lì riuniti per condividere quel misterioso aspetto profondo della natura umana. Forse anche la tribù dei Lenape lo avrebbe condiviso se non fosse stata cacciata quattro secoli fa dopo la loro incauta “vendita” dell’isola.

Si era fatto tardi, la parade continuava ma la gente iniziava a sfollare. Anche si allontanò lungo la terza strada, passò davanti al Blue Note, ci era stato due settimane prima, ma non era il caso di provare a cenare lì. Decise di fare una passeggiata fino alla seconda Avenue. Lì tra la quinta e la sesta strada, c’é un ristorante, Local 92, che conosceva. C’era stato nei primi giorni di soggiorno a NY con la moglie e la figlia, prima di andare a vedere lo spettacolo degli Stomp. Ci era tornato altre volte, facevano un ottimo humus. Pensò di mangiare lì e di tornare a Inwood non troppo tardi, il giorno dopo avrebbe lasciato NY per trasferirsi a Washington DC, la seconda tappa del suo viaggio. Non sapeva che la sua serata era solo agli inizi. A spasso per  le per strade traboccanti di maschere si accorse che suo il volto a scacchiera suscitava curiosità ed era occasione di scambi  e saluti. Dalle finestre di alcune abitazioni intravvedeva le luci, sentiva le musiche e le voci dei party che erano già iniziati. Incontrò un uomo completamente nudo uscito così da una casa per prendere qualcosa dall’auto parcheggiata di fronte.  Si convinse del carattere tribale della festa di Halloween a NY. In mezz’ora arrivò al Local 92, il ristorante era molto affollato, bisognava aspettare al bar. E Bevve un manhattan e iniziò a parlare con un gruppo di maschere demoniache. Una di esse gli disse: “Stiamo andiamo ad un party qui vicino, porti con noi con la tua scacchiera?”. Entrò così in un cieco mondo in cui ballò sino all’alba pensando di essere un Lenape.

A, riflettendo sul mese trascorso a NY si rese conto che E non aveva incontrato nessun nativo americano, non li aveva cercati ma sarebbe stato comunque difficile incontrarli, sono 0,4 per cento della popolazione e pochissimi sono i discendenti dei Lenape.

 

 

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