Tribes

Un aereo della compagnia Fiji airlines fa la spola, una volta la settimana, tra gli aeroporti di Nadi, Kiritimati e Hononulu compiendo un viaggio di andata e ritorno tra il Tropico del Cancro e quello del Capricorno. Parte di mattina da Nadi, sulle isole Fiji, fa una sosta a Kiritimati o Christmas Island, un atollo posto duecento chilometri a nord dell’equatore, attraversa a ritroso la linea delle date e arriva, a Hononulu il giorno prima. Un’ora dopo riparte per tornare a Nadi nella sera dello stesso giorno in cui era partito. Nel pomeriggio del 1 gennaio 2014, D era per la seconda volta in volo su quell’aereo. Lo aveva già preso la settimana precedente nel tratto da Hononulu a Kiritimati dove era arrivato a Natale, lo stesso giorno in cui il capitano James Cook, 236 anni prima, aveva “scoperto” quell’atollo.

Ora D era diretto a Nadi e pochi minuti dopo il decollo guardava dal finestrino Kiritimati mentre scompariva alla sua vista. Osservava il suo caratteristico lagoon, il verde degli alberi di cocco che diventavano via via più piccoli inghiottiti dal blu intenso dell’oceano. La settimana trascorsa era stata intensa e coinvolgente. Un giornalista russo conosciuto a Kiritimati lo distolse dalle sue emozioni invitandolo ad un brindisi. E’ costume che chi attraversa l’equatore, soprattutto se per la prima volta, festeggi così l’evento. D dedicò il brindisi ai cambiamenti avvenuti negli ultimi due secoli: uno sperdutissimo atollo dell’Oceano pacifico un tempo raggiungibile solo da pochi coraggiosissimi navigatori polinesiani ed europei, era ora anche alla loro portata. Quel brindisi era autentico anche se da tempo si interrogava sulle facilità messe a disposizione degli uomini dallo sviluppo industriale. D confusamente temeva che le risorse ora disposizione di una parte significativa dell’umanità, ottenute con relativamente poco denaro, senza impegno, studio, fatica, rischio, coraggio fossero in realtà un dono avvelenato.

Durante il soggiorno a Kiritimati D aveva avuto modo di approfondire con il giornalista russo la storia dei popoli dell’oceano Pacifico. Probabilmente noi europei non riusciremo a liberarci abbastanza dalle nostre presunzioni per comprendere come popoli provenienti dal sud est dell’Asia abbiano potuto colonizzare le isole dell’oceano Pacifico in un periodo in cui i Fenici iniziavano ad esplorare il Mediterraneo. Eppure, con barche molto meno sicure e senza strumenti di orientamento, quattromila anni or sono, popoli di lingua austronesiana iniziarono a colonizzare quelle isole. Quando nel 1768 James Cook inizio ad esplorare l’Oceano Pacifico, essi avevano popolato una zona che si estendeva dalle Hawai a Samoa, dalle Isole Marchesi alla Nuova Zelanda, fino all’isola di Pasqua. I reperti archeologici mostrano che le comunità isolane benché separate da migliaia di chilometri mantennero lenti ma regolari contatti. D era stupito dalle enormi distanze tra quelle isole dell’Oceano Pacifico. Era rimasto colpito da un ideale triangolo, disegnato da alcuni archeologi per rappresentare l’area in cui sono stati trovati reperti simili. Il triangolo Polinesiano ha per vertici le Hawaii, la Nuova Zelanda, L’ isola di Pasqua, con lati di più 7000 chilometri ed una superficie paragonabile a quella di Europa e Asia insieme. D pensò che quei popoli navigavano in oceano aperto in una condizione ben differente dall’esperienza della marineria europea che si era formata navigando, per secoli, prevalentemente sotto costa.

D era diretto a Viti Levu, la principale isola delle Fiji. I suoi abitanti avevano la fama di feroci cannibali presso i primi navigatori Europei. William Blight, il famoso capitano del Bounty, evitò di attraccarvi, anche se si trovava in condizioni di estrema necessità. Nel 1789 era stato cacciato su una fragile scialuppa dai marinai del Bounty che si erano ammutinati.  D aveva visto il film con Marlon Brando nei panni del ribelle Christian Fletcher ed aveva ben presente la vicenda. Bligh avrebbe potuto trovare rifugio e rifornimento in una delle isole vicine ma preferì rischiare 6000 chilometri di navigazione in oceano aperto per raggiungere la sicura isola di Timor. Costeggiò Viti Levu senza avvicinarsi. Duecentoventicinque anni dopo, D sbarcò con tranquilla sicurezza sull’isola che era stata tenuta a timorosa distanza dalla scialuppa di Bligh. Aveva già prenotato un’auto all’aeroporto di Nadi dove lo attendeva Nanise. D era entrato in contatto con lei attraverso un social network ed era stato attratto dall’opportunità di conoscere, attraverso lei, la cultura e lo stile di vita degli abitanti nativi dell’isola.

Nell’agenzia di noleggio auto una giovane ragazza indo-fijana cercò di noleggiargli un lussuoso SUV, posto proprio di fronte, ad un prezzo molto superiore a quello fissato on line. Nel tentativo di persuaderlo, usò più volte il telecomando per far lampeggiare nella notte le luci dell’auto che sarebbe stata immediatamente a sua disposizione. Tuttavia D si sentiva un viaggiatore, non intendeva adottare gli stili della tribù dei seicentomila turisti che ogni anno sbarcano sulle isole Fiji. Con l’aiuto di Nanise e di suo marito noleggiò, per una settimana, al prezzo pattuito (460 dollari Fijani, circa 200 Euro) una vecchia Toyota Corolla.

D trascorse la sua prima notte sull’isola di Viti Levu, vicino a Nadi, con la numerosa famiglia di Nanise. Fu subito iniziato al rito della Kava, una bevanda che si ottiene pestando i rizomi della pianta che poi vengono disciolte in acqua. D sapeva che la Kava, dal sapore poco gradevole, contiene sostanze psicoattive e partecipò con prudenza alle abbondanti libagioni dei maschi della casa. Gli fu subito evidente che il rito aveva una fondamentale importanza nella costruzione delle relazioni sociali che governano le famiglie e i clan iTaukei. Questo è il nome con cui, da qualche anno, vengono ufficialmente denominati i Fijani nativi, i discendenti dei “cannibali” tanto temuti dai primi navigatori europei.

Aiutato dalla Kava bevuta per la prima volta, D dormì profondamente, fece sogni colorati, si risvegliò lucido e pronto ad iniziare il viaggio intorno all’isola. La principale strada lungo la costa, non a caso chiamata, per una parte, King e per l’altra Queens Road, collega quasi tutti i villaggi e le città in cui abitano i 600.000 abitanti di Viti Levu. La parte centrale dell’isola formata da vulcani inattivi e da una spettacolare foresta pluviale è poco popolata. D, guidato da Nanise, fece l’intero giro dell’isola, 540 chilometri. Lautoka, Ba, Vatukoula, Tavau, Rakiraki, Viti Levu Bay, Wainibuka River, Korovou, Suva la capitale, Namatakula, Maui Bay, Vatukarasa, Sigatoka con il suo mercato tropicale e le “Sand Dunes”, Cuvu Beach, Malumalo, Natadola Beach, Momi Bay. In alcune di queste località vi sono spiagge celebrate internazionalmente dalla presenza di famosi resort, in altre meravigliose località incontaminate, altri ancora sono villaggi indigeni in cui D soggiornò, ospitato da Nanise e da suo marito. L’ingresso di uno straniero in un villaggio indigeno segue un preciso rituale: il padrone di casa presenta al capo villaggio l’ospite, spiega nella lingua iTaukei, le ragioni del soggiorno. L’ospite consegna un piccolo dono. Le radici di Kava sono gradite. Il capo villaggio ringrazia l’ospite per il dono e formula il benvenuto. La formalità della cerimonia indusse D a pensare che il rito fosse un fregio di tempi non remoti in cui i villaggi erano autentiche realtà territoriali.

Lungo il viaggio Nanise portò D a visitare i suoi genitori che vivevano, con altri nipoti, in una fattoria ai bordi della foresta pluviale. L’incontro con quegli anziani coltivatori indusse D a ricordare i suoi nonni contadini in Val Padana. Sebbene vivessero quasi agli antipodi l’accoglienza di un forestiero, aveva gli stessi ritmi: introduzione dell’ospite, presentazione della famiglia a partire dai più anziani, accoglienza nel cortile ed inizio delle conversazioni informali. La principale differenza era costituita dalle sedie. In estate i suoi nonni facevano accomodare gli ospiti su sedie disposte in circolo all’ombra delle piante. I genitori di Nanise offrirono un’ampia stuoia su cui accovacciarsi in circolo. Come per gioco D iniziò a confrontare mentalmente le due fattorie. Ricordava bene quando, alla fine degli anni cinquanta, arrivò l’energia elettrica dai suoi nonni: le feste che si fecero e i cambiamenti nello stile di vita che avvennero poco dopo. Dai genitori di Nanise, la corrente elettrica non era ancora arrivata, ma per il loro stile di vita non sembrava così necessaria. Anche le robuste mura con cui i nonni di D si proteggevano dal freddo e magazzini in cui conservavano i raccolti lì non erano necessari. I gabinetti, esterni, erano del tutto simili, ma quello fijiano fruiva di acqua corrente naturale, conquista che i nonni di D avrebbero ottenuto solo con la corrente elettrica. La differenza principale era la coltivazione del suolo, molto meno intensiva. Gli parve che solo una parte delle risorse provenisse dalla coltivazione. Probabilmente i frutti dalla foresta limitrofa integravano quelli coltivati. In una cena notturna sulla stessa stuoia, illuminata da fiaccole, D fu festeggiato con canti e cibi cotti sul fuoco prima del tramonto. I cibi avevano lo stupore di sapori antichi e sconosciuti, i canti invece gli parvero legati ad una cultura moderna, frutto degli apprendimenti scolastici delle giovani generazioni. D pensò che gli anziani padroni di casa avessero, come i suoi nonni, ritegno a comunicare la loro antica cultura orale. Forse anche loro di fronte alla forza della cultura scolastica, illuminata dall’energia elettrica, avevano rinunciato ad esprimere quella raccontata e cantata di generazione in generazione. Per partecipare alla festa allontanò da se questi pensieri, dimenticò il rammarico che da tempo lo accompagnava di non aver saputo accedere alla grande biblioteca orale posseduta dai suoi nonni.

Verso la fine della festa Nanise raccontò a D la storia della sua famiglia. Quando “gli uomini bianchi decisero di piantare la canna da zucchero chiesero al nostro capovilaggio se poteva trovare cinque uomini forti per provarli nella fattoria”. Suo nonno era uno di quegli uomini e le raccontò del suo tremendo lavoro. Spesso doveva trascinare per decine di chilometri le mongrovie necessarie per alimentare il fuoco delle caldaie dei mulini: “il sangue usciva dalle loro spalle ma loro continuavano a lavorare convinti che il futuro di tutti I Fijani fosse nelle loro mani”. Nanise disse che suo nonno e i suoi quatto cugini “erano schiavi e che loro erano orgogliosi di essere i discendenti di quegli uomini forti che alla fine vinsero il cuore di quegli uomini bianchi. Essi erano con altri Fijani di altre provincie i primi a coltivare canna da zucchero. Per quel duro lavoro gli uomini bianchi diedero quelle terre in dono a loro compresa la terra in cui erano seduti.   Questo viene ricordato fino ad oggi”. D fu turbato dal racconto fatto di Nanise, pensò ai suoi nonni, ai suoi genitori. Anche loro avevano patito dolori e tragedie durante le guerre e le lotte sociali del secolo scorso. Ma le loro sofferenze avevano un carattere differente perché nascevano da conflitti tra culture simili. Pensò alle responsabilità dell’uomo Bianco, al genocidio degli Atzechi, dei Maia, dei nativi americani, dei Tasmaniani…continuò ad ascoltare Nanise senza dire nulla.

Dopo quattro giorni di viaggio insieme, D salutò Nanise e suo marito con un pensiero di gratitudine al social network che l’aveva messo in contatto con loro. Proseguì da solo il giro di Viti Levu lungo la Queens Road. Doveva tornare all’aeroporto di Nadi entro il 7 Gennaio: aveva da tempo prenotato un volo per Sidney e si pentì di essersi dato un tempo di soggiorno così breve, quell’isola aveva una storia molto interessante. D, prima di partire, voleva conoscere anche la comunità di origini indiane che abitava l’isola. Nel 1874 le isole Fiji divennero una colonia della Corona Inglese che contribuiva all’economia dell’impero con la canna da zucchero coltivata da lavoratori trasferiti dall’India. A Viti Levu e sulle altre isole decine di migliaia di indiani si dedicarono alla coltivazione e al taglio della canna da zucchero lavorando anche loro in condizioni durissime, quasi schiavistiche. Il trasferimento degli indiani proseguì fino ai primi decenni del ‘900. Nel 1970 gli inglesi se ne andarono lasciando sulle isole Fiji due popoli in ugual numero. I nativi con il controllo della terra facevano riferimento ad una un’aristocrazia, espressione della loro storia, rappresentata dal Grande Consiglio dei Capi. La popolazione di origine indiana aveva maturato lo stile di lavoro occidentale lavorando sotto il controllo inglese. Come in molte ex colonie la lingua inglese divenne lo strumento di comunicazione parlato da tutti, ma i nativi continuarono a coltivare la loro lingua e gli indiani perfezionarono un Hindi proveniente dai loro dialetti d’origine. La situazione tra le due comunità andò via via peggiorando fino ad un colpo di stato nel 1987. Da allora ci fu un confuso susseguirsi di tentativi di instaurare una costituzione con diritti paritari, altri colpi di stato, elezioni su base etnica. Per la tensione politica ed etnica numerosi indo-fijani ritornarono in India. I nativi ora sono la maggioranza della popolazione. Tra queste due comunità il conflitto si estende fino al nome con cui chiamarsi.

Nei pressi di Sigatoka la vecchia Toyota Corolla noleggiata a poco prezzo si fermò in panne e D mandò un pensiero al SUV che aveva rifiutato. Ma fu solo per un attimo, infatti un giovane indo-fijano che gestiva un negozio proprio dove l’auto si era fermata, intervenne subito in suo aiuto. Questi fu gentilissimo e propose a D di fare da intermediario per rendere più semplici i contatti con l’agenzia di noleggio. Dopo un paio di telefonate con un sorriso, che solo gli indiani sanno esibire, tranquillizzò D informandolo che un incaricato dell’agenzia di noleggio sarebbe arrivato con un’auto sostitutiva entro un’ora. D nell’attesa fece una breve passeggiata sulla spiaggia, la marea era alta e vi erano le condizioni per fare un bagno rinfrescante. Al ritorno l’auto di soccorso era già arrivata e due giovani indo-figiani gliela consegnarono ritirando quella vecchia. Dopo poco più di un’ora dal momento del guasto, D poteva ripartire tra i cortesi sorrisi dei soccorritori. Quello fu il suo primo contatto con la comunità indo-fijana.
I Fijani di entrambe le etnie non parlano facilmente con forestieri dei loro conflitti. Tuttavia D riuscì ad entrare nell’argomento con un indo-fijano e fu molto colpito da una sua frase: “Il mio bisnonno è nato qui nel 1899 ma secondo molti nativi io non ho il diritto di chiamarmi fijano”. Egli commentava così una posizione espressa da esponenti dell’aristocrazia indigena: “Per chiamarsi fijani bisogna conoscerne la lingua, la cultura, occorre sapere di VANUA”. Mentre parlavano D guardò la bottiglia della bibita che stavano bevendo: vodka, limone e soda. Alle Fiji si chiama Tribefusion.

Turbato dal conflitto tra le due comunità D si rifugiò nella sua che, a Viti Levu, alberga nei resort internazionali. Ma la sua comunità di origine era davvero quella che vedeva lì, tra un prato all’inglese, una spiaggia su un golfo da cartolina, belle donne con costumi griffati? D ripensò alle due etnie ora in conflitto sebbene entrambe abbiano provato “il sangue che usciva dalle loro spalle”. La prima teme di essere espropriata della sua terra e dell’identità, come è avvenuto a tante altre civiltà indigene. Essa cerca quindi di mantenere il controllo della terra, gli stili di vita e i valori dei suoi clan adeguandosi, con tempi propri, alla modernità. La seconda, sradicata dalla propria terra, vuole affermare i valori delle società occidentali in base ai quali diventerebbe facilmente egemone. D si rese conto che non riusciva a schierarsi, a scegliere tra le ragioni delle due comunità. Nel resort fece un bagno in un mare splendido, ma continuava a pensare a quel conflitto. Improvvisamente gli sembrò che la globalizzazione riproducesse ovunque situazioni simili e disperò sui destini dell’umanità. Ma il suo sconforto era temperato da un manhattan preparato come a New York e dalla vista di un tramonto che da solo giustificherebbe un viaggio alle Fiji.

A continuò a seguire le vicende politiche della Repubblica di Fiji dove il 17 Settembre 2014 si svolsero le prime elezioni su base non etnica. Gli osservatori internazionali le ritennero valide.

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